Il drammatico scenario mondiale viene rappresentato dal mainstream politico-mediatico come una sorta di palcoscenico su sui si muovono i principali attori sulla base di loro diversi caratteri, anzitutto Donald Trump in veste di protagonista. Che cosa avviene sotto tutto questo?

Il drammatico scenario mondiale viene rappresentato dal mainstream politico-mediatico come una sorta di palcoscenico su sui si muovono i principali attori sulla base di loro diversi caratteri, anzitutto Donald Trump in veste di protagonista. Ed ecco il Trump che attacca il Papa definendolo “debole e pessimo sulla politica estera”, spalleggiato dal vice-presidente Vance il quale sostiene che “il Papa dovrebbe essere più cauto quando parla di teologia”. Ed ecco Trump che pubblica sul suo social Truth (Verità) un suo ritratto in veste di Gesù e su un social di sostenitori un’altra immagine che lo ritrae protetto da Gesù. Papa Leone XIV, senza nominare direttamente Trump, dichiara che “Dio, straziato dalle guerre, non sta con i prepotenti” e che “i discepoli di Cristo non stanno mai dalla parte di coloro che un tempo brandivano la spada e oggi sganciano bombe”. Ed ecco di nuovo Trump che, quando la Meloni definisce “inaccettabili” le sue parole sul Papa, si dichiara “scioccato” aggiungendo “pensavo che la Meloni avesse coraggio”. Poi Trump rincara la dose, dichiarando: “Con chi nega l’aiuto non abbiamo più lo stesso rapporto”. Tace Trump sul fatto che Sigonella e altre basi in Italia vengono sempre più usate dagli Stati Uniti per la guerra contro l’Iran.

Che cosa avviene sotto tutto questo? Come si spiega che Trump prima attacca l’Iran con l’obiettivo dichiarato di riaprire lo Stretto di Hormuz (bloccato dall’Iran in risposta all’attacco statunitense) e ora lo stesso Trump blocca lo Stretto di Hormuz bloccando il traffico marittimo in entrata e in uscita dai porti iraniani e facendo passare solo poche navi di altri paesi? La risposta la dà un grafico, pubblicato dal Washington Post, sul commercio bilaterale dell’Iran dal 1995 al 2025: esso dimostra che quasi l’intero flusso di export e import dell’Iran, che nel 2010 superava ampiamente i 200 miliardi di dollari, era diretto verso l’Asia, anzitutto la Cina, e verso l’Europa. Il blocco dei porti iraniani, e di conseguenza dello Stretto di Hormuz da cui transitava il 21% dei flussi mondiali di prodotti petroliferi e il 25% di quelli di gas naturale liquefatto, colpisce quindi non solo l’Iran ma l’Asia e l’Europa. Avvantaggia allo stesso tempo gli Stati Uniti che, usando anche il petrolio venezuelano di cui si sono impadroniti, accrescono le loro esportazioni energetiche verso l’Asia e l’Europa. Tale meccanismo sta però provocando effetti dirompenti sulle catene di approvvigionamento energetico e, quindi, una crisi economica mondiale.

Emblematica, allo stesso tempo, è la vicenda della nave cisterna russa per GNL Arctic Metagaz che, colpita da un drone navale ucraino il 3 marzo, si trova alla deriva nel Mediterraneo centrale, spinta verso nord-ovest tra Malta e l’Italia (Linosa). La situazione della nave è critica a causa delle pessime condizioni meteorologiche. La nave è carica di circa 60.000 tonnellate di GNL e centinaia di tonnellate di gasolio. (con una potenza calorica esplosiva equivalente a quella di decine di bombe atomiche). Le autorità marittime hanno avvisato tutte le imbarcazioni di mantenersi a una distanza di sicurezza di almeno 10 miglia nautiche (quasi 19 km) dal relitto. Da dove è partito il catastrofico attacco ucraino alla nave russa? Lo dimostra una documentata inchiesta di Radio France Internationale: oltre 200 ufficiali ed esperti dell’esercito ucraino sono schierati in Libia, in accordo con il governo di Tripoli. Sono di stanza principalmente presso l’Accademia dell’Aeronautica Militare a Misurata. Qui si trovano forze italiane, turche e statunitensi. Vi ha inoltre sede un centro di intelligence britannico. Gli ucraini dispongono di una seconda base attrezzata per il lancio di droni aerei e navali nella città di Zaouïa, a circa 50 chilometri a nord di Tripoli. Si unisce a questa la documentata denuncia, fatta da Mosca, che componenti dei droni ucraini vengono prodotti in 12 paesi, tra cui Italia, Regno Unito, Germania e Israele. L’Italia è quindi coinvolta non solo nella guerra all’Iran, ma anche a quella contro la Russia.

Riguardo infine alla decisione del Governo Meloni di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo militare tra Italia e Israele (in questo momento troppo impopolare per essere rinnovato) – decisione comunque giusta -occorre tenere presente che ciò non comporta la sospensione della crescente collaborazione tra le industrie militari dei due paesi. La Leonardo, di cui il Ministero dell’Economia e delle Finanze possiede il 30% dell’azionariato, fornisce armi e velivoli al Ministero della Difesa israeliano, all’Aeronautica Militare israeliana e alla Marina Militare israeliana. Leonardo è il produttore del cannone navale OTO 76/62 installato sulle navi da guerra israeliane utilizzate per imporre il blocco navale di Gaza. Leonardo è anche il fornitore dei velivoli da addestramento M-346 dell’Aeronautica Militare israeliana, che vengono ora trasformati dalla stessa Leonardo in velivoli anche da attacco. Leonardo partecipa inoltre al programma F-35 Lightning II, che comprende la fornitura di componenti chiave e servizi logistici per i caccia F-35 di Israele.

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Source: Global Research